UN VIVEUR ROMAGNOLO DEL SEICENTO: GUIDO, TEODORA E LE ALTRE.

"Cleopatra" Guido Cagnacci
“Cleopatra” Guido Cagnacci

Alcuni mesi fa mi trovavo ad una mostra di quadri del ‘600-700 quando all’improvviso mi ritrovai stupita davanti ad un quadro del Cagnacci.

La riconobbi subito: era lei, ma non impersonava Cleopatra come in quell’altro quadro, bensì Sant’Agata. L’unica cosa che la diversificava dall’eroina pagana erano il colore del vestito e l’oggetto che teneva in mano, il quale ovviamente, non era un aspide. Lo stesso viso, la stessa espressione pacatamente estatica, la stessa pettinatura… la stessa donna rappresentata nel quadro acquistato dal museo di alcuni anni prima. Conoscevo bene quel dipinto, avevo scritto un pezzo per l’occasione e, come tutte le cose su cui si studia e lavora con passione, mi era rimasto impresso.

Fu un attimo, l’istante stesso in cui mi ritrovai davanti alla donna dipinta dal Cagnacci per l’ennesima volta e pensai immediatamente alla sua … alla sua tormentata d’amore con la contessa riminese Teodora Stivivi in Battaglini poi Ricciardelli.

Teodora?

La domanda nacque spontanea come il bisogno di saperne di più, la curiosità di scoprire chi era quella donna – le cui fattezze poi trovai in altri quadri del pittore santarcangiolese – e se il nostro celebre conterraneo avesse dipinto ripetutamente il volto della donna amata.

Così mentre cercavo una risposta ai miei impellenti quesiti tra i testi della mia personale biblioteca e quelli della civica, mi capitò tra le mani “Le donne del Cagnacci” di Pier Giorgio Pasini.

Questo fa al caso mio, pensai, e sfogliandolo ritrovai la Sant’Agata che aveva acceso in me la romantica curiosità, ma trovai soprattutto delle notizie molto interessanti sulla vita privata di quel “lunatico guascone errante del Seicento italiano” come viene definito da alcuni.

Scopro così con sconcerto che la storia tra Guido e Teodora è all’apparenza meno romantica di come me l’ero immaginata, anche perché, dopo la mancata fuga d’amore e la separazione forzata, tra i due sembra risolversi tutto in continue e vane richieste d’interesse legale (lui) e un dignitoso quanto indifferente silenzio (lei). La vita m’insegna però che le cose non sono mai quelle che sembrano.

Secondo le fonti citate dal Pasini, il pittore Guido Cagnacci e la contessa Teodora Stivivi vedova Battaglini il 20 ottobre del 1628 alla presenza di due testimoni (uno dei due guarda caso è un Fabbri) si obbligano per iscritto a prendersi come marito e moglie. All’epoca lei ha ventinove anni e lui due in meno. La notte dopo, segue una fuga poi sventata dalle guardie episcopali grazie alla delazione di un padre teatino, il quale, raccolte le confidenze di un padre preoccupato, tal Matteo Cagnacci, va subito ad avvisare le autorità che bloccano i due fuggiaschi in una casa del Borgo San Giovanni. Guido riesce a fuggire nella vicina chiesa dove ancora oggi si ospita uno dei suoi quadri, mentre Teodora, travestita da uomo per l’occasione, nonostante tutto viene fermata dalle guardie e riconosciuta.

Arrestata e rinchiusa in convento la nobildonna, costretto alla fuga il suo inviso amante… può finire così un sogno d’amore degno di un romanzo di cappa e spada?

"Sant'Agata" Guido Cagnacci
“Sant’Agata” Guido Cagnacci

No, perché Teodora due anni dopo la sua reclusione forzata, viene liberata dal Convento delle Convertite (solo dopo essere stata processata) e costretta dai parenti a sposare il nipote Vincenzo Ricciardelli, mentre Guido continuerà ad andare avanti e indietro tra Emilia, e Marche e a rivendicare i suoi diritti di presunto “marito”, soprattutto quelli inerenti a questioni di beni. Questo il grande errore del Cagnacci che, non solo avventatamente mise gli occhi su una delle nobildonne più ricche di Rimini, ma addirittura ne rivendicò “la roba”.

Fu tutta una questione di “roba” come sempre. I familiari di Teodora non volevano che l’enorme eredità accumulata dalla donna andasse perduta, per questo eliminarono tutti i possibili “pretendenti”, sia legittimi che illegittimi. L’unica figlia rimastale dall’unione con il conte Battaglini viene costretta a farsi suora e a rinunciare all’eredità e il nostro “sconsiderato” quanto pericoloso e insolente artista perseguitato a vita, bandito alfine dai territori di Romagna e costretto a rifugiarsi a Venezia sotto falso nome.

In realtà Guido Cagnacci dalla burrascosa data del presunto matrimonio con Teodora, peraltro mai riconosciuto legalmente, tornerà varie volte nella sua terra, sia a Rimini – città che sin dal 1616 ne aveva ospitato tutta la e dove nel 1631 dipinge la pala per la chiesa di San Giovanni Battista, al secolo dei Carmelitani – sia nella natia Santarcangelo – dove era tornato ad abitare con lo zio Francesco Cagnacci e a dipingere nel 1635 la pala presente nella collegiata del paese – e leggendo la testimonianza del padre Matteo agli atti del processo contro Teodora si capisce perché il pittore poté circolare ancora e soprattutto lavorare nelle zone, almeno fino alla data del suo esilio veneziano, avvenuto nel 1648, dopo che aveva ripetutamente tentato per vent’anni di reclamare la validità del suo “contratto matrimoniale” (nonostante la convivenza clandestina con un’altra donna di cui parleremo in seguito) e soprattutto dopo che la presunta sposa era rimasta vedova per la seconda volta. Così nonostante Matteo Cagnacci durante il processo del 1629 dichiari di aver mandato a monte il malaffare per salvare il figlio Guido dalla rovina e patteggiato la sua salvezza a discapito della povera contessa, questa volta non c’è protezione che tenga: Guido deve scomparire se non vuole rischiare la vita.

Lascia la “giovanetta vestita da uomo”, una certa Giovanna da Serravalle che nel 1636 gli aveva lasciato tutti i suoi beni e per almeno un decennio gli fa da modella e amante – clandestina, perché lui si considera “sposato” e non vuol perdere i suoi diritti di marito – e parte per Venezia.

Là lo ritroviamo per altri dieci anni, sotto falso nome e in compagnia di un’altra donna: Maddalena Fontanafredda da . In questo periodo, artisticamente fecondo, produrrà alcuni tra i suoi quadri più belli: la Maddalena portata in cielo da un Angelo, Europa, la Donna che batte i cagnacci (allegoria di se stesso) e probabilmente anche l’imponente Conversione della Maddalena.

Durante l’esilio veneziano e poi negli ultimi anni a Vienna, coltiverà con maestria la passione per le “eroine maledette” già iniziata negli anni antecedenti, sicuramente dopo la tragica fine del suo amore per Teodora. È un tripudio di Maddalene, Cleopatre, Lucrezie. Prima brune e “carnose” come la Giovanna, poi bionde, sensuali ed eleganti come Maddalena. Appartengono al primo periodo e quindi al probabile ritratto di Giovanna la Cleopatra e la Sant’agata di cui parlavo.

Guido Cagnacci “pictor egregius” (come afferma un suo ritratto eseguito da Marino Medici nel 1752 e custodito alla Biblioteca Gambalunga) morirà a Vienna nel 1663 dopo essere stato per cinque anni il pittore di corte dell’Imperatore Leopoldo I; ma non prima di essere tornato, almeno una volta dalle sue parti, pare per affari… di cuore. Nel settembre del 1658, alcuni mesi prima di partire per Vienna, Guido acquista una casa sul di Cesenatico. È poco più che un capanno e, dopo la sua partenza definitiva non se ne curerà più nessuno fin quanto, una cinquantina d’anni dopo, andrà bruciato. A che scopo comprare un capanno nella terra dov’egli non era gradito e che non venne mai affittato o fatto fruttare in qualche maniera?

Curiosamente, nel 1681 la contessa Teodora, un anno prima di morire, aggiunge un codicillo nel suo testamento a beneficio di una sua serva di Cesenatico con cui si dimostra particolarmente generosa. Cosa deve avere fatto di così importante questa Lucrezia Morri di Cesenatico per essere ricordata nel testamento della nobildonna riminese?

Magari molti anni prima aveva favorito gli incontri clandestini tra la sua signora e quello strano uomo che veniva in barca da Venezia.

Fin qui i fatti enunciati e supposti dal Pasini. Allo studioso piace pensare che, nonostante il nostro irrequieto pittore abbia convissuto con altre donne (è facile pensare per convenienza di cose, visto che “per sua stessa ammissione egli non era in grado di riprodurre nemmeno un Gesù bambino senza modello”), non abbia mai dimenticato la sua Teodora, anzi, sia pure riuscito a riavvicinarsi a lei, seppur fugacemente e negli ultimi anni della sua intensa vita. Non solo mi trova d’accordo con lui, ma voglio anche andare oltre.

Se fino a qui sono riuscita a scoprire e raccontare a grandi linee la vita “amorosa” del pittore romagnolo e a dare un nome al volto di donna che mi aveva incuriosito, grazie a chi ha studiato queste storie prima di me; c’è un bellissimo quadro del Cagnacci d’incerta collocazione, considerato “L’Allegoria della Vita Umana” la cui figura apparentemente non assomiglia né alla Giovanna, né alla Maddalena, per cui vorrei spendere due parole, perché fa da “cornice” a tutto quanto si è detto finora e racchiude la mia teoria, enunciata nel titolo, dell’ossessione d’amore di Guido per Teodora. Pasini nel libro colloca il quadro tra i dipinti antecedenti al periodo veneziano, ma la datazione è incerta.

Mi piace pensare che questa sensuale ed aristocratica figura rappresenti la contessa riminese, dipinta dal Cagnacci negli anni a cavallo tra Venezia e Vienna, quando si erano riavvicinati seppur clandestinamente, in ricordo del loro amore perduto, mai dimenticato e per sempre immortalato.

 

"Allegoria del tempo (la vita umana)" Guido Cagnacci
“Allegoria del tempo (la vita umana)” Guido Cagnacci

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