MOSTRARSI AL MONDO

mostrarsi al mondo - dettaglio


La rappresentazione di se’ ai tempi di Instagram

Dall’altra parte del fiume, a due passi dal mare, la fanciulla agita le braccia e sussurra parole che si incagliano sugli scogli del vento; mima con le due dita della mano destra, facendole correre sul palmo della sinistra, il desiderio di andare a fare una passeggiata “io e te”. Ha la faccia vispa, vuole camminare sul litorale con l’alba di Ostia che sbuca dagli Appennini e buca la notte.
Da questa parte, Marcello, con l’abito sdrucito dalla lunga notte, anestetizzato dai fumi della dolce vita e sordo nel vento, scuote le spalle.
“Non sento” si legge sulle sue labbra. Il sorriso delle sue labbra è dritto, con un arco che descrive una semicirconferenza dal lato del labbro fino allo zigomo, solo da un lato.

Il finale de La Dolce Vita, nella felliniana maniera di descrivere la perdizione attraverso la lente dell’innocenza, racconta (anche) della Sordità.

Questa stessa sordità di Mettersi al Mondo. Che sintetizza in due principi del suo lavoro. Da una parte l’immagine. Immagine come interregno dell’assoluto, come crocevia spezzato del dialogo silenzioso, come assassinio del tempo e della durata.
Dall’altra l’isolamento. Quell’isolamento scagliato dal pulpito dell’incomunicabilità, vettore della celebrazione del dettaglio, della glorificazione dell’universalità del – e nel – particolare.

Come se fosse la linea netta di separazione tra mare e cielo, delicatamente, Antonio Tonti si posiziona in questo sottile limbo. E ci sussurra l’orizzonte senza farsi schiacciare. E senza invaderlo né conquistarlo. L’intento narrativo, e non meramente inquisitore, che si cela dietro la macchina fotografica risponde alla finalità dell’opera. Correre sulla fune del noto senza farsi inghiottire dall’ovvio.

Destino, amore, salvezza, dubbio, perdono, sogno. Antonio tesse tutte queste tele e le cuce sullo sfondo del suo universo fotografico con la sola finalità di raccontare, senza isterie, con la calma del mare, questo infinito particolare che è la vita.

I chiaroscuri, dolci come il miele; il mare nostalgicamente in sottofondo; gli scatti rubati dei momenti intimi e la fragile sfrontatezza di chi guarda in faccia l’obbiettivo e vive sul filo dell’abisso. La malinconia regna sovrana. Bellissima, avvolgente, morbida, suprema malinconia.
Inafferrabile, soporifera malinconia di una promessa non mantenuta e di una parola non ricambiata.
La sensualità veleggia sulle onde dell’insicurezza, il desiderio abbraccia le gole faustiane dell’inferno e in cambio dell’anima riceviamo solo – e scusate se è poco – bellezza.

Ed è tra la malinconia e la bellezza che il fotografo si rincorre, come guardandosi allo specchio. Quello specchio che è l’altro, l’altro essere umano, che si lascia fotografare, che si mette a nudo, e attraverso le sue nudità mette in mostra le nostre. Le debolezze, le fragilità, la concupiscenza, la miseria, l’insaziabile desiderio.

L’isolamento e la fragilità. E questo sotterraneo e invadente bisogno dell’altro per essere qualcuno. Perché senza siamo uomini smarriti nel vento.

Jonathan Grassi

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