IN RICORDO DEI MIEI AMATI NONNI

FOSSE MONTETIFFI

IN RICORDO DEI MIEI AMATI NONNI

“Don… don…” anche le campane sembrano echeggiare tristi a Ponte su l’Uso. Non più i bei din don di una volta; qui niente è più come allora, ad eccezione del Bar di Pistola. Quattro vecchi, due sono i miei nonni, dieci galline e qualche ingiallito ricordo. Pagine di un caro vecchio diario che la corrente dell’Uso si porta via.

Intorno tutto è brullo, anche la signora campagna si è lasciata andare… oramai non c’è più nessuno che la vezzeggia, l’accarezza e la modella con le sue mani.

Le mani di un uomo che ora conosce la nostalgia. Le mani di mio nonno che stringono ancora caparbie la loro terra.

Pacifico se ne va a passeggiare sul ciglio della strada, incurante del pericolo, tutto preso a scrutare le sue poche viti o l’erba del vicino che si sa, è sempre più verde; ma non c’è rimasto tanto verde a Ponte Uso. Il fiume avaro se lo tiene tutto attorno a sé, per abbellire le sue ciotolose sponde.

In quel tratto di strada nuova che costeggia fiume, hanno cercato di ripopolare un po’ la zona costruendo qualche casermone asettico che stride completamente con il paesaggio campestre e con gli animali che vi bivaccano intorno, forse l’unica testimonianza rimasta di una civiltà contadina custodita nel cuore di questa gente.

“Pio… pio… pio…venite belle!” la Lucia, soprannominata “nonna delle galline” dà da mangiare alle sue Filippine. Lesto, un galletto di più di ottant’anni, le passa accanto allontanandosi di gran carriera su per la strada con la sua vecchia bicicletta, urlandole dietro: “Luzì a vag a fe un zir!”. Imperterrito si avvia lungo la Strada Provinciale dell’Uso, diretto verso la casupola abbandonata del Sisto, con l’intenzione di dare una controllatina al podere, poi vira, torna sui suoi passi e si avvia verso il ponte, il centro del paese, se così si possono chiamare le quattro case che circondano e la chiesa arroccata su di una piccola altura.

Durante il tragitto, ripassa davanti a casa sua e con orgoglio guarda i suoi candidi roseti rampicanti, abbarbicati sull’arcata di ferro del cancello principale e su quello dell’aia di fianco al capanno degli attrezzi, dove è custodita la sua amata Bianchina familiare color grigio topo (verniciatura casalinga).

La moglie sta uscendo dal pollaio e vedendolo ripassare gli chiede: “Attilio du vet?”.

Ancora una volta lui le risponde allontanandosi: “A vag sor ma e pont!”.

Per strada incontra la Giovanna dai capelli spettinati e scoloriti che paiono ingialliti dal tempo, il viso arcigno: lei e il suo cane fanno oramai parte del paesaggio e nessuno se ne cura più.

Non c’è un’anima viva attorno al ponte, anche il bar è chiuso, tirate son le tende pure a casa della Giacomina. Tutto tace. Solo il mormorio del fiume che scorre lì sotto instancabile, segnala la presenza di una vita che nonostante tutto continua ad esserci.

Così il vecchio “Giachini” si cala il suo cappellaccio sulla fronte cotta dal sole e se ne ritorna desolato verso l’avita dimora, lisciandosi i suoi baffetti alla Chaplin, fedeli compagni di una vita.

Giù per la discesa rincontra la Giovanna e se la lascia velocemente alle spalle, assieme alle case dei vecchi amici e nemici di un tempo che fu.

La sirena della fabbrica vicina a casa riporta alla realtà anche le menti più sognatrici e soprattutto gli stomaci. Il nonno sistema la bici nel capanno, poi lentamente attraversa la strada e il cancello cigolante; dà una voce verso l’interno dalla porta aperta della casa: “Luzì l’è pront da magné?” e si accomoda lì fuori, sulla vecchia sediolina di legno che ha sostenuto le tenere membra di figli e nipoti.

Se ne sta lì, immobile e fiero, a guardare… ad aspettare… cosa non si sa. Forse solo qualche ciclista di passaggio a cui puntualmente fa il saluto con la mano o forse sta solo aspettando di ricoprirsi di polvere come tutto lì intorno… e prima o poi, confondersi con il paesaggio assieme a Golia, la gatta bianca e grigia che gli si strofina languidamente attorno agli scarponi infangati.

Questo racconto è stato scritto tra il 2000/2001 gli anni in cui i miei nonni paterni sono venuti a mancare e con loro un pezzo del mio cuore.

Amo la Valle dell’Uso e questi posti dove ho vissuto i ricordi più belli della mia infanzia. E’ una vallata più selvaggia, poco popolata e meno turistica delle altre vicine a , ma piena di luoghi interessanti e bellezze da scoprire – come il ponte romanico posto sulle suggestive pozze d’acqua create dal sotto Montetiffi –  e di ottimi ristoranti caserecci.

Un pensiero su “IN RICORDO DEI MIEI AMATI NONNI


  1. Questa è una storia vera di gente di un tempo che fu .Gente semplice , forte,gente amanti del loro terra dove il lavoro , il sacrificio e la volontà di portare avanti una famiglia dignitosa era la quotidianità. Personalmente ho avuto la fortuna di conoscere questa famiglia la quale poi diventò parte della mia . Ciao Attilio ciao Lucia

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