Ciao papà, vado a saltare nel vuoto

Me e papà

Respiriamo l’aria fresca e carica di umidità. Le piccole città inglesi includono sempre qualche enorme parco nei dintorni. Due o tre campi da calcio uniti per far giocare col frisbee, gli adolescenti per flirtare e gli adulti per scambiarsi scadenti consigli di vita. Oltre ai parchi, nelle piccole città della provincia britannica non mancano i boschi che costeggiano questi enormi punti di ritrovo.

Quel pomeriggio ci siamo anche io e te. Come solo una bambina di cinque anni sa fare, allungo la mano per prendere la tua mentre iniziamo a percorrere una salita che rasenta il parco. Ci inoltriamo nella foresta, non molto densa di alberi ma ricca di spunti per divagare in conversazioni. Parliamo delle fatine e degli gnomi che si nascono dietro i tronchi, i funghi di cui si cibano, le risate che pensiamo di sentire mentre loro ci vedono e ci sfuggono.

Ho sempre avuto la mente distratta in un vortice di . Proprio mentre chiacchiero, posiziono un piede male, incerto sul bordo di quella strada sterrata in salita. Il mio corpo si sbilancia e sto per ruzzolare giù lungo il ripido pendio, ma tu mi afferri. Prima che io possa spiccare quel volo indesiderato verso un male certo, mi tiri su agguantandomi per il braccio destro.

Diciassette anni dopo, ti ritrovi nella stessa situazione. Solamente che questa volta, io non sto per cadere accidentalmente. Non sono distratta. Ma la paura che provi per me è la stessa.

Mi affaccio al burrone che mi ritrovo davanti, il mio futuro. “È sempre la solita melodrammatica” penserai, però è così. La vita è un salto nel vuoto, spesso inconsapevole ma non nel mio caso. Almeno spero. Il mio corpo si prepara per balzare, carico tutta la forza che ho nei polpacci e nei muscoli delle cosce. Tiro indietro le braccia per darmi più spinta.

Dei timori ti si insidiano nella mente da papà. Hai paura che i sacrifici che fai per me non basteranno, che il paese per cui paghi le tasse non mi offrirà nulla, che il mondo del lavoro non mi saprà apprezzare. Voci famigliari ti allontanano da quello che cerco disperatamente di scrivere, dalla via che sto cercando con una torcia elettrica nel buio. Molti dubitano, troppi ignorano.

Come quando avevo cinque anni, sento che mi sei vicino mentre tento di saltare giù, da qualche parte. Ti sarò infinitamente grata per non aver mollato la presa nel corso della mia crescita. Quando a otto ho scritto il mio primo romanzo, un’oscenità piena di errori grammaticali e di viaggi troppo fantasiosi nel deserto del Sahara; quando a dieci anni ho vinto il concorso di poesia organizzato dalla parrocchia di Torvaianica Alta; quando a diciotto anni mi ripetevi di collegare bene gli argomenti per la tesina del liceo linguistico; quando a ventiduenne anni mi chiami per complimentarti sul nuovo testo che ho scritto per il .

Se avessi studiato fisica, ti spiegherei come per l’atto del saltare nel vuoto basta la legge gravitazionale universale. Tu e non mi avete donato un emisfero sinistro molto elaborato, per cui mi blocco qui. Se fossi un’atleta, ti parlerei della forza rapida, la quale sta alla base dell’esecuzione ottimale di scatti, salti e balzi. Di nuovo, con tutti gli sport che mi hai fatto praticare, nessuno di questi mi ha mai appassionato. Purtroppo per te, ti è toccata una possibile scrittrice, allora uso le di chi scrive meglio di me: “ nel rischio significa saltare da uno strapiombo e costruirsi le ali mentre si precipita”. Il tuo amato Ray Bradbury.

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